Anche la democrazia ha le sue ragioni che la ragione non conosce
Una riflessione su dubbio, democrazia e ragione attraverso Pascal e la storia del Rwanda
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Ho sempre pensato che il dubbio fosse quella cosa che esiste tra la certezza e l'incertezza; quella cosa che ci permette sempre di cercare di migliorare; quella cosa che ci fa dire, anche quando pensiamo di aver fatto tutto bene: "mi viene un dubbio". Non in senso negativo, ma in senso positivo; nel senso della ricerca della perfezione.
Quel dubbio che accompagnò Da Vinci per tutta la sua vita nel cercare di creare l'opera perfetta. Ma come sappiamo tutti, non esiste la perfezione, le cose si evolvono e migliorano (o meglio cambiano) col tempo. Si può solo cercare di raggiungerla e quel percorso passa attraverso il dubbio. E, in questo senso, Renato Cartesio affermava: "Se vuoi diventare un vero cercatore della verità, devi dubitare, almeno una volta nella tua vita, il più profondamente possibile, di tutto."
Il Dubbio e la Verità
Il dubbio è dunque quella cosa che ci permette di cercare la perfezione, ma anche di cercare la verità vera (o verità assoluta) anche se obbiettivamente non esiste la verità vera, tranne quelle scientifiche, basati su analisi, risultati, statistiche che rendono le cose difficilmente discutibili.
Ma se nella vita reale ci si ritrova a dover discutere o protestare sull'uso o meno dei vaccini, figuriamoci quando si tratta di opinioni o di ideologie; la cosa diventa ancora più complessa, e il dubbio aumenta, considerando tutti gli elementi, i fattori, le opinioni ed anche i sentimenti di ognuna di quelle persone. E allora come considerare la democrazia che è (o dovrebbe essere) quel sistema che ci permette, attraverso il voto del popolo, di trovare le soluzioni giuste; o le soluzioni più adatte a quel popolo?
Cuore e Ragione: Pascal
A questo punto ci si può chiedere se il sistema democratico è un sistema che porta a cercare di accontentare un popolo o è un sistema che porta a fare la cosa giusta (almeno per il periodo in cui ci si trova); e questo mi porta a citare un grande fisico e matematico francese, Blaise Pascal, che diceva: "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce" mettendo in evidenza il contrasto che può o potrebbe esistere tra il cuore e la ragione.
E questo, si può evidenziare anche attraverso questo ragionamento: la nostra capacità di decidere; e cioè, le decisioni che prendiamo sono dettate dal sentimento (o dal cuore) oppure partono da un ragionamento?
Se il cuore, (i sentimenti o le emozioni) a volte sbaglia, bisogna anche considerare che la ragione, in qualche modo può e potrebbe sbagliare; e tutto dipende dalle situazioni in cui ci si trova. Ma se nella maggior parte dei casi, la ragione ci porta a fare delle considerazioni giuste, le emozioni o i sentimenti, (che sono molto più difficili da capire e da controllare) ci portano spesso a fare delle azioni difficilmente spiegabili. Il che a volte non è una cosa sbagliata; il fondo noi siamo esseri viventi come tutti gli altri.
Il Genocidio del Rwanda: Un Caso di Studio
Il sei aprile 1994, l'aereo del presidente ruandese, Juvénal Habyarimana, viene abbattuto da un missile terra-aria di origine (ufficialmente) ignota. Questo attentato diede inizio alle indicibili violenze nel paese, che da aprile a luglio 1994, fu sconvolto da un genocidio che vide protagoniste le due principali etnie del paese; gli Hutu e i Tutsi.
Ma è sbagliato pensare che quel genocidio fu solo una risposta all'assassinio del presidente, forse quell'"evento" potrebbe essere considerato il "fattore scatenante"; perché se vogliamo andare ancora più indietro nella storia, si può vedere che c'erano tutti gli elementi presenti e riuniti che potevano far pensare all'avvenimento di una catastrofe del genere.
In effetti, prima della colonizzazione, c'erano due gruppi presenti sul territorio: gli Hutu e i Tutsi. Gli Hutu erano maggioritari (circa il 90%); ma erano i Tutsi ad essere alla testa dei differenti grandi gruppi; insomma, loro vivevano insieme senza distinzione.
Alla fine del 19simo secolo, i colonizzatori tedeschi, poi belgi, imposero l'idea che loro erano due etnie disuguali; introducendo così il concetto di razza ed imponendo che una fosse superiore all'atra. Secondo la loro teoria, i Tutsi erano la "razza" dominante e più intelligenti; distanti ma cordiali e molto diplomatici e dunque a volte mancavano di franchezza. Gli Hutu dalla loro parte erano, sempre secondo quella classificazione, contadini Bantu, che vivevano la loro vita senza pensare al giorno dopo.
Quindi decisero a quel punto di mettere al potere i Tutsi.
Nel 1959, mentre in tutta l'Africa c'erano dei movimenti indipendentisti, nel Ruanda, gli Hutu salirono al potere e iniziarono a perseguitare i Tutsi costringendo alcuni di loro a rifugiarsi nei paesi vicini. Questa persecuzione continuò fino a portare a quello che viene chiamato oggi il terzo peggior genocidio del 20esimo secolo.
La Manipolazione e l'Influenza
Dunque, in un territorio in cui due etnie avevano sempre vissuto senza problemi, iniziarono ad odiarsi solo perché qualcuno aveva imposto un concetto di "razza" superiore ad un'altra; il ché portò nel corso degli anni alla creazione di una radio di propaganda (la radio des milles collines) che chiamava continuamente i Tutsi "scarafaggi", di una milizia paramilitare (Interahamwe) e alla fine all'uccisione di quasi 1 milione di persone… o meglio al massacro.
Questo ci dimostra, così come nel caso della Germania durante la Seconda guerra mondiale, come il cervello umano, pur considerandoci esseri più evoluti del pianeta, sia molto influenzabile. E che attraverso gli stimoli giusti, si può anche arrivare a manipolare o a creare delle interferenze tra i popoli.
Basta pensare ad un esperimento molto controverso, fatto nel liceo Cubberley High School negli Stati Uniti dal professore di storia Ron Jones. In quell'esperimento sociale, chiamato "la terza onda", il professore Jones, non essendo stato in grado di spiegare ai suoi studenti come la popolazione tedesca avesse potuto usare l'ignoranza come scusante dell'olocausto, decise di far loro sperimentare di persona situazioni simili. Alla fine, quello che era iniziato come un gioco, che doveva durare una sola giornata, finì con essere preso talmente sul serio che fu il preside del liceo a porre termine ad esso.
Democrazia e Alfabetizzazione
Allora è lecito chiedersi a questo punto se sia possibile, nell'ambito delle nostre scelte o delle nostre decisioni, separare il cuore dalla ragione. Partendo dal fatto che sia l'uno che l'atro possono sbagliare di fronte a certe situazioni. Ed è anche vero che, di fronte a certe situazioni, è meglio non dare retta a certi sentimenti negativi (come per esempio l'odio, o la rabbia) che il più delle volte ci porta a commettere azioni altrettanto negative.
In molti paesi africani, detti "democratici", ci sono dei presidenti che sono al potere da 20 o 30 anni e forse anche di più; ma dato che uno dei principi fondamentali della democrazia (occidentale?) è l'alternanza, ci si potrebbe chiedere se questi paesi possano essere considerati democratici. Ma se dall'altra parte consideriamo che, in molti di questi paesi, il tasso di alfabetizzazione o di scolarizzazione è a volte inferiore ai 40 o 50%, ci si può chiedere come si potrebbe mandare a votare delle persone che non sono in grado di capire più della metà di quello che sta dicendo un eventuale candidato.
Conclusione: In Medio Stat Virtus
Allora a questo punto ci si potrebbe chiedere se, per andare a votare, bisognerebbe considerare quello che ci dice il cuore, o quello che ci chiede la ragione? E forse anche a questo punto, considerando quello che diceva Blaise Pascal: "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce", si potrebbe anche pensare che: "anche la democrazia ha le sue ragioni che la ragione non conosce". E tutto questo dipende quasi sempre dalle situazioni in cui ci si trova.
Per quanto mi riguarda, preferisco pensare quello che dicevano una volta: "In medio stat virtus" e cioè: "la virtù sta nel mezzo". Anche se, pure su questo, mi viene lo stesso un dubbio.
I have always thought that doubt is that thing that exists between certainty and uncertainty; that thing that always allows us to try to improve; that thing that makes us say, even when we think we have done everything right: "I have a doubt." Not in a negative sense, but in a positive one; in the sense of the search for perfection.
That doubt that accompanied Leonardo da Vinci throughout his life in his attempt to create the perfect work. But as we all know, perfection does not exist: things evolve and improve (or rather, change) over time. One can only try to reach it, and that path passes through doubt. And in this sense, René Descartes stated: "If you want to become a true seeker of truth, you must doubt, at least once in your life, as deeply as possible, everything."
Doubt and Truth
Doubt is therefore that thing which allows us to seek perfection, but also to seek true truth (or absolute truth), even though objectively true truth does not exist—except for scientific truths, based on analysis, results, and statistics that make things difficult to dispute.
But if in real life we already find ourselves debating or protesting over the use or non-use of vaccines, just imagine when it comes to opinions or ideologies; things become even more complex, and doubt increases, considering all the elements, factors, opinions, and even the feelings of each of those people. So how should we consider democracy, which is (or should be) that system that allows us, through the vote of the people, to find the right solutions—or the solutions most suitable for that people?
Heart and Reason: Pascal
At this point, one may ask whether the democratic system is a system that seeks to satisfy the people, or a system that seeks to do the right thing (at least for the period in which it operates). This leads me to quote a great French physicist and mathematician, Blaise Pascal, who said: "The heart has its reasons which reason does not know," highlighting the contrast that can exist—or could exist—between the heart and reason.
This can also be illustrated through this line of thought: our ability to decide. That is, are the decisions we make driven by feeling (or the heart), or do they arise from reasoning?
If the heart (feelings or emotions) sometimes makes mistakes, we must also consider that reason, in some way, can also be wrong; and everything depends on the situations we find ourselves in. But if in most cases reason leads us to make sound considerations, emotions or feelings (which are much more difficult to understand and control) often lead us to actions that are hard to explain. This is not always a bad thing; after all, we are living beings like all others.
The Rwanda Genocide: A Case Study
On April 6, 1994, the plane of the Rwandan president, Juvénal Habyarimana, was shot down by a surface-to-air missile of (officially) unknown origin. This attack triggered unspeakable violence in the country, which from April to July 1994 was shaken by a genocide involving the two main ethnic groups of the country: the Hutu and the Tutsi.
But it would be wrong to think that this genocide was merely a response to the assassination of the president. Perhaps that "event" could be considered the "triggering factor," because if we go further back in history, we can see that all the elements were already present and combined in a way that made such a catastrophe foreseeable.
Indeed, before colonization, there were two groups present in the territory: the Hutu and the Tutsi. The Hutu were the majority (about 90%), but it was the Tutsi who were at the head of the various major groups; in short, they lived together without distinction.
At the end of the 19th century, German colonizers, followed by the Belgians, imposed the idea that these were two unequal ethnic groups, thus introducing the concept of race and imposing that one was superior to the other. According to their theory, the Tutsi were the "dominant" and more intelligent race; distant but courteous and very diplomatic, and therefore sometimes lacking frankness. The Hutu, on the other hand, were—according to that same classification—Bantu farmers who lived their lives without thinking about the next day.
They therefore decided to place the Tutsi in power.
In 1959, while independence movements were spreading throughout Africa, in Rwanda the Hutu came to power and began persecuting the Tutsi, forcing some of them to seek refuge in neighboring countries. This persecution continued until it led to what is now called the third worst genocide of the 20th century.
Manipulation and Influence
Thus, in a territory where two ethnic groups had always lived together without problems, they began to hate each other simply because someone had imposed the concept of one "race" being superior to another. This led, over the years, to the creation of a propaganda radio station (Radio des Mille Collines), which constantly called the Tutsi "cockroaches," the formation of a paramilitary militia (the Interahamwe), and finally to the killing—or rather, the massacre—of nearly one million people.
This shows us, just as in the case of Germany during the Second World War, how the human brain—despite considering ourselves the most evolved beings on the planet—is highly susceptible to influence. And that through the right stimuli, it is possible to manipulate or create interference among peoples.
One need only think of a very controversial experiment conducted at Cubberley High School in the United States by history teacher Ron Jones. In this social experiment, called "The Third Wave," Professor Jones, unable to explain to his students how the German population could have used ignorance as an excuse for the Holocaust, decided to make them personally experience similar situations. In the end, what had begun as a game meant to last only one day was taken so seriously that it was the school principal who put an end to it.
Democracy and Literacy
So it is legitimate at this point to ask whether it is possible, in the context of our choices or decisions, to separate the heart from reason—starting from the fact that both can make mistakes in certain situations. And it is also true that, in certain circumstances, it is better not to listen to certain negative feelings (such as hatred or anger), which most of the time lead us to commit equally negative actions.
In many African countries described as "democratic," there are presidents who have been in power for 20 or 30 years, or even longer. Yet, since one of the fundamental principles of democracy (Western democracy?) is alternation of power, one might wonder whether these countries can truly be considered democratic. But if, on the other hand, we consider that in many of these countries the literacy or schooling rate is sometimes below 40 or 50 percent, one may ask how it is possible to send people to vote when they are not able to understand more than half of what a potential candidate is saying.
Conclusion: In Medio Stat Virtus
At this point, then, one might ask whether, when going to vote, we should consider what the heart tells us or what reason demands of us. And perhaps here too, considering what Blaise Pascal said—"the heart has its reasons which reason does not know"—one might also think that "even democracy has its reasons which reason does not know." And all of this almost always depends on the situations in which we find ourselves.
As far as I am concerned, I prefer to think of what people once said: "In medio stat virtus," that is, "virtue lies in the middle."
Even though, about this too, I still have my doubts.
J'ai toujours pensé que le doute est cette chose qui existe entre la certitude et l'incertitude ; cette chose qui nous permet toujours de chercher à nous améliorer ; cette chose qui nous fait dire, même lorsque nous pensons avoir tout fait correctement : « un doute me vient ». Non pas dans un sens négatif, mais dans un sens positif ; dans le sens de la recherche de la perfection.
Ce doute qui accompagna Léonard de Vinci tout au long de sa vie dans sa quête de l'œuvre parfaite. Mais comme nous le savons tous, la perfection n'existe pas : les choses évoluent et s'améliorent (ou plutôt changent) avec le temps. On ne peut que tenter de l'atteindre, et ce chemin passe par le doute. Et dans ce sens, René Descartes affirmait : "Si tu veux devenir un véritable chercheur de la vérité, tu dois douter, au moins une fois dans ta vie, le plus profondément possible, de tout."
Le Doute et la Vérité
Le doute est donc cette chose qui nous permet de rechercher la perfection, mais aussi de rechercher la vraie vérité (ou la vérité absolue), même si objectivement la vraie vérité n'existe pas, à l'exception des vérités scientifiques, fondées sur des analyses, des résultats et des statistiques qui rendent les choses difficilement contestables.
Mais si, dans la vie réelle, on se retrouve déjà à devoir débattre ou protester sur l'usage ou non des vaccins, imaginons lorsqu'il s'agit d'opinions ou d'idéologies ; la situation devient encore plus complexe, et le doute augmente, en tenant compte de tous les éléments, de tous les facteurs, des opinions et même des sentiments de chacune de ces personnes. Alors, comment considérer la démocratie, qui est (ou devrait être) ce système qui nous permet, à travers le vote du peuple, de trouver les solutions justes — ou les solutions les plus adaptées à ce peuple ?
Cœur et Raison : Pascal
À ce stade, on peut se demander si le système démocratique est un système qui cherche à satisfaire un peuple ou un système qui cherche à faire ce qui est juste (au moins pour la période dans laquelle on se trouve). Cela m'amène à citer un grand physicien et mathématicien français, Blaise Pascal, qui disait : "Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point", mettant en évidence le contraste qui peut —ou pourrait — exister entre le cœur et la raison.
Cela peut également être illustré par ce raisonnement : notre capacité à décider. Autrement dit, les décisions que nous prenons sont-elles dictées par le sentiment (ou par le cœur), ou bien résultent-elles d'un raisonnement ?
Si le cœur (les sentiments ou les émotions) se trompe parfois, il faut aussi considérer que la raison, d'une certaine manière, peut également se tromper ; et tout dépend des situations dans lesquelles nous nous trouvons. Mais si, dans la plupart des cas, la raison nous conduit à faire des considérations justes, les émotions ou les sentiments (qui sont beaucoup plus difficiles à comprendre et à contrôler) nous amènent souvent à accomplir des actions difficilement explicables. Ce qui n'est pas toujours une mauvaise chose ; après tout, nous sommes des êtres vivants comme les autres.
Le Génocide du Rwanda : Une Étude de Cas
Le 6 avril 1994, l'avion du président rwandais Juvénal Habyarimana est abattu par un missile sol-air d'origine (officiellement) inconnue. Cet attentat déclencha des violences indicibles dans le pays, qui, d'avril à juillet 1994, fut bouleversé par un génocide mettant en scène les deux principales ethnies du pays : les Hutu et les Tutsi.
Mais il serait faux de penser que ce génocide ne fut qu'une réponse à l'assassinat du président. Cet « événement » peut être considéré comme un « facteur déclencheur », car si l'on remonte plus loin dans l'histoire, on peut constater que tous les éléments étaient déjà présents et réunis pour laisser présager une telle catastrophe.
En effet, avant la colonisation, deux groupes étaient présents sur le territoire : les Hutu et les Tutsi. Les Hutu étaient majoritaires (environ 90 %), mais ce sont les Tutsi qui étaient à la tête des différents grands groupes ; en somme, ils vivaient ensemble sans distinction.
À la fin du XIXᵉ siècle, les colonisateurs allemands, puis belges, imposèrent l'idée qu'il s'agissait de deux ethnies inégales, introduisant ainsi le concept de race et imposant que l'une soit supérieure à l'autre. Selon leur théorie, les Tutsi constituaient la « race » dominante et la plus intelligente ; distants mais courtois et très diplomates, et donc parfois peu francs. Les Hutu, de leur côté, étaient, toujours selon cette classification, des paysans bantous qui vivaient leur vie sans penser au lendemain.
Ils décidèrent alors de placer les Tutsi au pouvoir.
En 1959, tandis que des mouvements indépendantistes se développaient dans toute l'Afrique, au Rwanda les Hutu arrivèrent au pouvoir et commencèrent à persécuter les Tutsi, contraignant certains d'entre eux à se réfugier dans les pays voisins. Cette persécution se poursuivit jusqu'à conduire à ce que l'on appelle aujourd'hui le troisième pire génocide du XXᵉ siècle.
Manipulation et Influence
Ainsi, dans un territoire où deux ethnies avaient toujours vécu ensemble sans problèmes, elles commencèrent à se haïr simplement parce que quelqu'un avait imposé le concept d'une « race » supérieure à une autre. Cela conduisit, au fil des années, à la création d'une radio de propagande (Radio des Mille Collines) qui appelait constamment les Tutsi des « cafards », à la formation d'une milice paramilitaire (les Interahamwe) et, finalement, au meurtre — ou plutôt au massacre — de près d'un million de personnes.
Cela nous montre, tout comme dans le cas de l'Allemagne pendant la Seconde Guerre mondiale, à quel point le cerveau humain, bien que nous nous considérions comme les êtres les plus évolués de la planète, est extrêmement influençable. Et qu'à travers les bons stimuli, il est possible de manipuler ou de créer des interférences entre les peuples.
Il suffit de penser à une expérience très controversée menée au lycée Cubberley High School, aux États-Unis, par le professeur d'histoire Ron Jones. Dans cette expérience sociale, appelée « La Troisième Vague », le professeur Jones, n'ayant pas réussi à expliquer à ses élèves comment la population allemande avait pu invoquer l'ignorance comme excuse pour l'Holocauste, décida de leur faire vivre personnellement des situations similaires. Finalement, ce qui avait commencé comme un jeu, censé durer une seule journée, fut pris tellement au sérieux que ce fut le proviseur du lycée qui mit fin à l'expérience.
Démocratie et Alphabétisation
Il est donc légitime de se demander s'il est possible, dans le cadre de nos choix ou de nos décisions, de séparer le cœur de la raison, en partant du fait que l'un comme l'autre peuvent se tromper face à certaines situations. Et il est également vrai que, face à certaines circonstances, il vaut mieux ne pas écouter certains sentiments négatifs (comme la haine ou la colère) qui, la plupart du temps, nous conduisent à commettre des actions tout aussi négatives.
Dans de nombreux pays africains dits « démocratiques », il y a des présidents au pouvoir depuis vingt ou trente ans, voire davantage ; mais puisque l'un des principes fondamentaux de la démocratie (occidentale ?) est l'alternance, on peut se demander si ces pays peuvent réellement être considérés comme démocratiques. Mais si, d'un autre côté, on considère que, dans beaucoup de ces pays, le taux d'alphabétisation ou de scolarisation est parfois inférieur à 40 ou 50 %, on peut se demander comment il est possible d'envoyer voter des personnes qui ne sont pas en mesure de comprendre plus de la moitié de ce que dit un éventuel candidat.
Conclusion : In Medio Stat Virtus
Alors, à ce stade, on peut se demander si, pour aller voter, il faudrait écouter ce que nous dit le cœur ou ce que nous demande la raison. Et peut-être qu'ici aussi, en considérant ce que disait Blaise Pascal : "le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point", on pourrait penser que "même la démocratie a ses raisons que la raison ne connaît pas". Et tout cela dépend presque toujours des situations dans lesquelles nous nous trouvons.
Pour ma part, je préfère penser à ce que l'on disait autrefois : "In medio stat virtus", c'est-à-dire : "la vertu se trouve dans le juste milieu".