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Riflessioni su Filosofia e SocietĂ 

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Teoria Politica e Contratto Sociale

Il contratto sociale

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Vengono definite scienze umane, una branca della scienza che studia l’essere umano, in quanto soggetto di pensiero e di azione, al fine di comprendere le cause e il significato dei suoi comportamenti; in sostanza, le scienze umane offrono la possibilità di comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda.

Se Ăš stato facile fin dall’inizio interessarmi ad alcune questioni riguardanti la societĂ  in generale e quella dell’integrazione in particolare, non lo Ăš stato altrettanto trovare elementi di risposta riguardo alle numerose domande che mi facevo (almeno per quanto riguarda la nostra societĂ ); e se all’inizio per me era solo una curiositĂ , una di quelle cose che fai nel tempo libero col desiderio di capire qualcosa in piĂč, pian piano si Ăš evoluto ed infine Ăš diventato invece una di quelle cose che fai perchĂ© “senti” di doverla fare; magari per proporre un’alternativa piĂč accettabile rispetto a quella che era giĂ  presente.

Come in ogni cosa, per poter proporre una soluzione ad un eventuale problema, bisogna prima di tutto identificare il problema; e se il metodo cartesiano mi fu di grande aiuto in quella fase, pensai che sarebbe stato importante cercare elementi di risposte nelle scienze umane in generale. Questo semplicemente perché quando si parla di integrazione, si parla di persone e dunque di esseri umani.

La questione dell’integrazione non ù sempre facile da affrontare; soprattutto quando si pensa di doverlo fare col metodo scientifico; e se le scienze umane risultano essere di grande aiuto in questo processo, bisogna anche considerare che molto probabilmente non ci sarà mai LA risposta esatta come quello che avviene quando si parla di “scienze dure” (in contrapposizione alle scienze molli che sono le scienze umane) come la matematica, la fisica o la chimica; e dunque le scienze umane qui diventano un “tutore” che ci permette di seguire la nostra ricerca o la nostra analisi verso la direzione giusta ma non rappresentano un elemento di risposta.

Nella sua definizione generale l’integrazione Ăš il fatto di rendere intero, pieno, perfetto ciĂČ che Ăš incompleto o insufficiente, aggiungendo quanto Ăš necessario o supplendo al difetto con mezzi opportuni. In altre parole, partendo da questa definizione generica, l’integrazione Ăš solo il fatto di apportare delle nozioni nuove ad un qualcosa che contiene giĂ  altre cose, ma che dal punto del suo ambiente o della societĂ  non Ăš sufficiente. In questo senso quindi anche una persona nata nello stesso paese deve integrarsi in quella societĂ . Anche perchĂ© dal punto di vista delle scienze sociali, l’integrazione indica l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una societĂ .

Se nella maggior parte dei casi si parla sempre di integrazione degli immigrati, Ăš semplicemente perchĂ© venendo da un paese diverso, hanno piĂč nozioni da integrare per potersi muovere in maniera autonoma nella nuova societĂ . Bisogna anche ricordare che l’integrazione dipende non solo dal paese in cui uno si trasferisce ma anche dalla capacitĂ  di socializzazione di ogni individuo.

Prendiamo per esempio la Francia, uno dei paesi piĂč avanti quando si parla delle questioni di razzismo e di integrazione ma che, nonostante tutto, ha un problema che si chiama: le banlieues.

Il problema delle banlieues in Francia risulta essere una questione complessa che riguarda la situazione sociale, economica e culturale di milioni di persone che vivono in quartieri periferici e svantaggiati, spesso di origine immigrata. Nel corso degli anni, le banlieues sono state teatro di diverse ondate di proteste e violenze, che hanno messo in evidenza le difficoltà di integrazione, le disuguaglianze, il razzismo e l’esclusione che caratterizzano queste aree.

Possiamo citare per esempio:

- La morte di Nahel nel 2023, un diciassettenne ucciso da un agente di polizia a Nanterre, un sobborgo occidentale di Parigi, durante un controllo stradale che il ragazzo avrebbe cercato di evitare. La morte di Nahel innescĂČ una nuova ondata di proteste e violenze nelle banlieues, con oltre 4 mila arresti e l’istituzione di processi per direttissima.

- La morte di Adama TraorĂ© nel 2016, un giovane di 24 anni che morĂŹ in seguito a un arresto da parte dei gendarmi a Beaumont-sur-Oise, un sobborgo a nord di Parigi. La famiglia e i sostenitori di TraorĂ© accusarono le autoritĂ  di aver coperto le cause della sua morte, attribuita a problemi cardiaci, e chiesero giustizia e veritĂ . Il caso scatenĂČ diverse manifestazioni e tensioni nelle banlieues, che si riaccesero nel 2020 dopo la morte di George Floyd negli Stati Uniti.

- La rivolta delle banlieues del 2005, scatenata dalla morte di due adolescenti che si erano nascosti in una centralina elettrica per sfuggire alla polizia a Clichy-Sous-Bois, un sobborgo a ovest di Parigi. La rivolta durĂČ circa un mese e coinvolse diverse cittĂ  francesi, con migliaia di auto incendiate, atti vandalici, scontri con le forze dell’ordine e un morto. Il presidente Jacques Chirac decretĂČ lo stato di emergenza e il coprifuoco per 12 giorni, mentre il primo ministro Dominique de Villepin annunciĂČ la creazione di una grande agenzia per la coesione sociale e l’uguaglianza di opportunitĂ .

Detto questo, forse per capire meglio questo problema, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo per conoscerne l’origine.

Negli anni Cinquanta la situazione abitativa in Francia era catastrofica: piĂč di due milioni di case furono distrutte durante la Seconda Guerra Mondiale. Quelli ancora in piedi erano fatiscenti e spesso sovraffollati. Sempre piĂč baraccopoli comparivano all'ingresso delle grandi cittĂ . Tra coloro che avevano un alloggio, il 42% era privo di acqua corrente, il 73% privo di servizi igienici e il 90% privo di doccia nĂ© bagno. Insomma, c’era l’emergenza, bisognava costruire il piĂč velocemente possibile. Soprattutto perchĂ© anche la Francia si trovava ad affrontare un’esplosione demografica. Baraccopoli, esodo rurale, arrivi massicci di rimpatriati dall'Algeria e di lavoratori immigrati: in 20 anni la Francia aveva guadagnato quasi un milione di abitanti; si scelse quindi di combattere la grave carenza di alloggi con pannelli prefabbricati in cemento armato che permettevano la costruzione in tempi record di alloggi collettivi a basso costo.

La questione che non si posero all’epoca i “pensatori” di questi “alloggi collettivi” Ăš quella dell’integrazione e della capacitĂ  di quella diversitĂ  di popolazione di vivere insieme; e praticamente non pensarono a costruire centri sociali o associazioni culturali per promuovere la capacitĂ  di vivere insieme e la coesione sociale; molto probabilmente perchĂ©, trattandosi degli anni 50/60, era un problema che o non esisteva ancora, o non si pensava che potesse diventare un problema in futuro oppure non era una prioritĂ .

La cosa che in un certo senso peggiorĂČ la situazione Ăš che a partire dagli anni 70, il governo francese decise di mettere un freno a questo tipo di costruzione preferendo le case di tipo suburbano. Come conseguenza la classe media si trasferĂŹ nelle case suburbane, lasciando la classe piĂč povera e prevalentemente immigrata negli “alloggi collettivi”. Ed Ăš cosĂŹ che nel corso degli anni si formarono le banlieues, con i problemi che conosciamo oggi; che sono dovuti: un po’ alla loro origine, un po’ a una mancanza di progettazione della societĂ  in generale che non ha saputo includere questa popolazione nel suo “contratto sociale” per favorire una migliore coesione sociale.

Per contratto sociale, si intende la teoria che spiega la nascita e il funzionamento dello Stato. Secondo questa teoria, gli individui decidono di uscire dallo stato di natura e di cedere i loro diritti alla comunitĂ , in cambio di sicurezza e ordine.

Il contratto sociale Ăš quindi un accordo tra le persone che stabilisce le possibilitĂ  e i limiti della vita sociale.

Tra i principali pensatori che hanno elaborato la teoria del contratto sociale ci sono i britannici Thomas Hobbes e John Locke e lo svizzero Jean-Jacques Rousseau. Essi hanno dato interpretazioni diverse del concetto di stato di natura, del ruolo del sovrano, dei diritti e dei doveri dei cittadini, e delle condizioni per la legittimitĂ  o la rottura del contratto sociale.

Per Hobbes, lo stato di natura ù una condizione di guerra di tutti contro tutti, in cui regna il timore della morte violenta e la vita ù “solitaria, povera, brutta, bestiale e breve”. Per uscire da questa situazione, gli individui si accordano per trasferire tutti i loro diritti e poteri a un sovrano assoluto, che li protegge dalla violenza altrui e impone la pace e l’ordine con la forza. Il contratto sociale ù quindi un patto di sottomissione, in cui i cittadini rinunciano alla loro libertà naturale in cambio della sicurezza civile.

Locke sostiene invece che lo stato di natura ù una condizione di libertà e uguaglianza, in cui gli individui godono dei diritti naturali alla vita, alla libertà e alla proprietà. Tuttavia, questi diritti sono minacciati dall’ingiustizia e dalla violazione da parte di alcuni. Per garantire i loro diritti, gli individui si accordano per istituire un governo limitato e rappresentativo, che li difende dalle aggressioni esterne e interne e che rispetta le leggi della natura. Il contratto sociale ù quindi un patto di fiducia, in cui i cittadini conservano la loro libertà naturale e delegano al governo il potere di governare secondo il consenso della maggioranza. Se il governo abusa del suo potere o viola i diritti dei cittadini, questi hanno il diritto di resistere o di ribellarsi.

Rousseau sostiene infine che lo stato di natura Ăš una condizione di innocenza e felicitĂ , in cui gli individui vivono isolati e indipendenti, senza bisogni artificiali nĂ© conflitti. Con lo sviluppo della societĂ  e della proprietĂ  privata, nascono le disuguaglianze, le ingiustizie, la corruzione e la miseria. Per ristabilire l’armonia tra gli uomini, gli individui si accordano per fondare uno Stato democratico, basato sulla volontĂ  generale e sulla partecipazione attiva dei cittadini. Il contratto sociale Ăš quindi un patto di associazione, in cui i cittadini alienano tutti i loro diritti alla comunitĂ  e obbediscono solo a se stessi come membri del corpo politico. Se lo Stato non rispecchia la volontĂ  generale o non tutela l’interesse comune, il contratto sociale si scioglie.

Al di lĂ  delle differenze che possiamo evidenziare su queste diverse teorie, principalmente quello che chiamano lo “stato di natura”, c’ù comunque un punto essenziale che li unisce tutti e cioĂš l’accordo tra i cittadini. Non puĂČ esistere nessun contratto sociale se non c’ù nessun accordo tra i cittadini e non puĂČ esserci accordo tra i cittadini se prima non c’ù coesione sociale.

Diventa quindi fondamentale, per ogni societĂ , riuscire a mettere in atto delle politiche sociali che portano sempre piĂč a migliorare la coesione sociale tra gli individui. Se a volte questo tipo di politiche Ăš difficile da raggiungere, lo Ăš ancora di piĂč quando si parla di societĂ  multietniche.

Quella coesione sociale che diventerĂ  dunque un valore fondamentale perchĂ© favorirĂ  la convivenza pacifica, la solidarietĂ  e il benessere di tutti. Per questo, Ăš importante che le politiche sociali siano orientate a promuovere l'integrazione e il rispetto tra le persone, soprattutto in contesti multietnici dove la diversitĂ  culturale puĂČ essere una ricchezza ma anche una sfida.

Inoltre, ogni società moderna e civile dovrebbe garantire a ogni individuo la possibilità di crescita e di autodeterminazione, nel rispetto dei diritti e dei doveri di ciascuno. Questo significa dare a tutti la possibilità di esprimere il proprio potenziale, sia personale che professionale che sociale, e di contribuire al miglioramento della società in cui viviamo. Non dobbiamo accontentarci del mondo che abbiamo ereditato, ma dobbiamo avere il coraggio di cambiare e di migliorare le cose... magari non ci riusciremo, ma come si usa dire: “tentar non nuoce”.

Human sciences are defined as a branch of science that studies human beings as subjects of thought and action, with the aim of understanding the causes and meaning of their behaviors; essentially, human sciences offer the possibility of better understanding ourselves and the world around us.

While it was easy from the start to take an interest in certain issues regarding society in general and integration in particular, it was not as easy to find answers to the numerous questions I asked myself (at least regarding our society). And while initially, for me, it was just a curiosity—one of those things you do in your free time with the desire to understand a bit more—it slowly evolved and ultimately became one of those things you do because you “feel” you have to; perhaps to propose a more acceptable alternative to the one already present.

As with anything, to propose a solution to a potential problem, one must first identify the problem; and while the Cartesian method was of great help in that phase, I thought it would be important to seek elements of answers in the human sciences in general. This is simply because when we speak of integration, we speak of people, and therefore of human beings.

The issue of integration is not always easy to address, especially when one considers doing so with the scientific method; and while the human sciences prove to be of great help in this process, one must also consider that, very likely, there will never be THE exact answer as happens when speaking of “hard sciences” (in contrast to “soft sciences,” which are the human sciences) like mathematics, physics, or chemistry. Thus, human sciences here become a “tutor” that allows us to follow our research or analysis in the right direction, but they do not represent a definitive answer element.

In its general definition, integration is the act of making whole, full, or perfect that which is incomplete or insufficient, by adding what is necessary or supplying the defect with appropriate means. In other words, starting from this generic definition, integration is merely the act of bringing new notions to something that already contains other things, but which, from the standpoint of its environment or society, is not sufficient. In this sense, therefore, even a person born in the same country must integrate into that society. This is also because, from the perspective of social sciences, integration indicates the set of social and cultural processes that make the individual a member of a society.

If in most cases we always speak of the integration of immigrants, it is simply because, coming from a different country, they have more notions to integrate in order to move autonomously in the new society. It must also be remembered that integration depends not only on the country to which one moves but also on the socialization capacity of each individual.

Let us take France, for example, one of the most advanced countries when speaking of issues of racism and integration, but which, despite everything, has a problem called: the banlieues.

The problem of the banlieues in France turns out to be a complex issue regarding the social, economic, and cultural situation of millions of people living in disadvantaged peripheral neighborhoods, often of immigrant origin. Over the years, the banlieues have been the scene of various waves of protests and violence, which have highlighted the difficulties of integration, inequalities, racism, and exclusion characterizing these areas.

We can cite, for example:

- The death of Nahel in 2023, a seventeen-year-old killed by a police officer in Nanterre, a western suburb of Paris, during a traffic stop the boy allegedly tried to avoid. Nahel’s death triggered a new wave of protests and violence in the banlieues, with over 4,000 arrests and the institution of immediate summary trials.

- The death of Adama TraorĂ© in 2016, a young man of 24 who died following an arrest by gendarmes in Beaumont-sur-Oise, a suburb north of Paris. Traoré’s family and supporters accused the authorities of covering up the causes of his death, attributed to heart problems, and demanded justice and truth. The case sparked several demonstrations and tensions in the banlieues, which reignited in 2020 after the death of George Floyd in the United States.

- The banlieues riots of 2005, triggered by the death of two teenagers who had hidden in an electrical substation to escape the police in Clichy-Sous-Bois, a suburb west of Paris. The revolt lasted about a month and involved several French cities, with thousands of cars burned, acts of vandalism, clashes with law enforcement, and one death. President Jacques Chirac decreed a state of emergency and a curfew for 12 days, while Prime Minister Dominique de Villepin announced the creation of a large agency for social cohesion and equal opportunities.

That said, perhaps to better understand this problem, we need to go back a bit in time to know its origin.

In the 1950s, the housing situation in France was catastrophic: more than two million homes were destroyed during the Second World War. Those still standing were dilapidated and often overcrowded. More and more shantytowns appeared at the entrances of large cities. Among those who had accommodation, 42% lacked running water, 73% lacked toilets, and 90% lacked a shower or bath. In short, there was an emergency; it was necessary to build as quickly as possible. Especially since France was also facing a demographic explosion. Shantytowns, rural exodus, massive arrivals of repatriates from Algeria and immigrant workers: in 20 years France had gained almost a million inhabitants; thus, the choice was made to fight the severe housing shortage with reinforced concrete prefabricated panels that allowed the construction of low-cost collective housing in record time.

The question that the “thinkers” of these “collective housings” did not ask themselves at the time is that of integration and the capacity of that diversity of population to live together; and they practically did not think to build social centers or cultural associations to promote the ability to live together and social cohesion. Very likely because, being the 50s/60s, it was a problem that either did not exist yet, or it was not thought that it could become a problem in the future, or it was not a priority.

The thing that in a certain sense worsened the situation is that starting from the 70s, the French government decided to put a brake on this type of construction, preferring suburban-type houses. As a consequence, the middle class moved to suburban houses, leaving the poorer and predominantly immigrant class in the “collective housings.” And this is how, over the years, the banlieues were formed, with the problems we know today; which are due: partly to their origin, partly to a lack of planning of society in general that failed to include this population in its “social contract” to foster better social cohesion.

By social contract, we mean the theory that explains the birth and functioning of the State. According to this theory, individuals decide to exit the state of nature and cede their rights to the community, in exchange for security and order.

The social contract is therefore an agreement between people that establishes the possibilities and limits of social life.

Among the main thinkers who developed the social contract theory are the British Thomas Hobbes and John Locke and the Swiss Jean-Jacques Rousseau. They gave different interpretations of the concept of the state of nature, the role of the sovereign, the rights and duties of citizens, and the conditions for the legitimacy or breaking of the social contract.

For Hobbes, the state of nature is a condition of war of all against all, in which the fear of violent death reigns and life is “solitary, poor, nasty, brutish, and short.” To exit this situation, individuals agree to transfer all their rights and powers to an absolute sovereign, who protects them from the violence of others and imposes peace and order by force. The social contract is therefore a pact of submission, in which citizens renounce their natural freedom in exchange for civil security.

Locke argues instead that the state of nature is a condition of freedom and equality, in which individuals enjoy natural rights to life, liberty, and property. However, these rights are threatened by injustice and violation by some. To guarantee their rights, individuals agree to establish a limited and representative government, which defends them from external and internal aggression and respects the laws of nature. The social contract is therefore a pact of trust, in which citizens retain their natural freedom and delegate to the government the power to govern according to the consent of the majority. If the government abuses its power or violates citizens’ rights, they have the right to resist or rebel.

Rousseau, finally, argues that the state of nature is a condition of innocence and happiness, in which individuals live isolated and independent, without artificial needs or conflicts. With the development of society and private property, inequalities, injustices, corruption, and misery arise. To re-establish harmony among men, individuals agree to found a Democratic State, based on the general will and the active participation of citizens. The social contract is therefore a pact of association, in which citizens alienate all their rights to the community and obey only themselves as members of the political body. If the State does not reflect the general will or does not protect the common interest, the social contract dissolves.

Beyond the differences we can highlight in these various theories, mainly concerning what they call the “state of nature,” there is nonetheless an essential point that unites them all: the agreement among citizens. No social contract can exist if there is no agreement among citizens, and there can be no agreement among citizens if there is no social cohesion first.

It therefore becomes fundamental, for every society, to succeed in implementing social policies that increasingly lead to improving social cohesion among individuals. If at times this type of policy is difficult to achieve, it is even more so when speaking of multi-ethnic societies.

That social cohesion will thus become a fundamental value because it will favor peaceful coexistence, solidarity, and the well-being of all. For this reason, it is important that social policies are oriented towards promoting integration and respect among people, especially in multi-ethnic contexts where cultural diversity can be a wealth but also a challenge.

Furthermore, every modern and civil society should guarantee every individual the possibility of growth and self-determination, respecting the rights and duties of each one. This means giving everyone the chance to express their potential—personal, professional, and social—and to contribute to the improvement of the society in which we live. We must not settle for the world we have inherited, but we must have the courage to change and improve things
 perhaps we won’t succeed, but as the saying goes: “there is no harm in trying.”

On dĂ©finit les sciences humaines comme une branche de la science qui Ă©tudie l’ĂȘtre humain en tant que sujet de pensĂ©e et d’action, dans le but de comprendre les causes et la signification de ses comportements; en substance, les sciences humaines offrent la possibilitĂ© de mieux nous comprendre nous-mĂȘmes ainsi que le monde qui nous entoure.

S’il a Ă©tĂ© facile dĂšs le dĂ©but de m’intĂ©resser Ă  certaines questions concernant la sociĂ©tĂ© en gĂ©nĂ©ral et celle de l’intĂ©gration en particulier, il n’a pas Ă©tĂ© aussi aisĂ© de trouver des Ă©lĂ©ments de rĂ©ponse aux nombreuses questions que je me posais (du moins en ce qui concerne notre sociĂ©tĂ©). Et si, au dĂ©part, ce n’était pour moi qu’une simple curiositĂ©, une de ces choses que l’on fait pendant son temps libre avec le dĂ©sir d’en comprendre un peu plus, cela a peu Ă  peu Ă©voluĂ© pour finalement devenir une de ces choses que l’on fait parce qu’on « sent » qu’on doit le faire; peut-ĂȘtre pour proposer une alternative plus acceptable par rapport Ă  celle qui existait dĂ©jĂ .

Comme en toute chose, pour pouvoir proposer une solution Ă  un Ă©ventuel problĂšme, il faut avant tout identifier le problĂšme; et si la mĂ©thode cartĂ©sienne m’a Ă©tĂ© d’une grande aide dans cette phase, j’ai pensĂ© qu’il serait important de chercher des Ă©lĂ©ments de rĂ©ponse dans les sciences humaines en gĂ©nĂ©ral. Ceci simplement parce que lorsque l’on parle d’intĂ©gration, on parle de personnes et donc d’ĂȘtres humains.

La question de l’intĂ©gration n’est pas toujours facile Ă  aborder, surtout lorsque l’on pense devoir le faire avec la mĂ©thode scientifique; et si les sciences humaines s’avĂšrent ĂȘtre d’une grande aide dans ce processus, il faut aussi considĂ©rer que, trĂšs probablement, il n’y aura jamais LA rĂ©ponse exacte comme c’est le cas lorsqu’on parle de « sciences dures » (par opposition aux sciences molles que sont les sciences humaines) telles que les mathĂ©matiques, la physique ou la chimie. Ainsi, les sciences humaines deviennent ici un « tuteur » qui nous permet de suivre notre recherche ou notre analyse dans la bonne direction, mais elles ne reprĂ©sentent pas un Ă©lĂ©ment de rĂ©ponse dĂ©finitif.

Dans sa dĂ©finition gĂ©nĂ©rale, l’intĂ©gration est le fait de rendre entier, plein, parfait ce qui est incomplet ou insuffisant, en ajoutant ce qui est nĂ©cessaire ou en palliant le dĂ©faut par des moyens appropriĂ©s. En d’autres termes, en partant de cette dĂ©finition gĂ©nĂ©rique, l’intĂ©gration consiste seulement Ă  apporter de nouvelles notions Ă  quelque chose qui contient dĂ©jĂ  d’autres Ă©lĂ©ments, mais qui, du point de vue de son environnement ou de la sociĂ©tĂ©, n’est pas suffisant. En ce sens donc, mĂȘme une personne nĂ©e dans le mĂȘme pays doit s’intĂ©grer dans cette sociĂ©tĂ©. D’autant plus que, du point de vue des sciences sociales, l’intĂ©gration dĂ©signe l’ensemble des processus sociaux et culturels qui rendent l’individu membre d’une sociĂ©tĂ©.

Si, dans la plupart des cas, on parle toujours de l’intĂ©gration des immigrĂ©s, c’est simplement parce que venant d’un pays diffĂ©rent, ils ont plus de notions Ă  intĂ©grer pour pouvoir se mouvoir de maniĂšre autonome dans la nouvelle sociĂ©tĂ©. Il faut Ă©galement rappeler que l’intĂ©gration dĂ©pend non seulement du pays dans lequel on s’installe, mais aussi de la capacitĂ© de socialisation de chaque individu.

Prenons par exemple la France, l’un des pays les plus avancĂ©s lorsqu’on parle des questions de racisme et d’intĂ©gration mais qui, malgrĂ© tout, a un problĂšme qui s’appelle: les banlieues.

Le problĂšme des banlieues en France s’avĂšre ĂȘtre une question complexe qui concerne la situation sociale, Ă©conomique et culturelle de millions de personnes vivant dans des quartiers pĂ©riphĂ©riques et dĂ©favorisĂ©s, souvent d’origine immigrĂ©e. Au fil des annĂ©es, les banlieues ont Ă©tĂ© le théùtre de plusieurs vagues de protestations et de violences, qui ont mis en Ă©vidence les difficultĂ©s d’intĂ©gration, les inĂ©galitĂ©s, le racisme et l’exclusion qui caractĂ©risent ces zones.

Nous pouvons citer par exemple:

- La mort de Nahel en 2023, un jeune de dix-sept ans tuĂ© par un policier Ă  Nanterre, une banlieue ouest de Paris, lors d’un contrĂŽle routier que le garçon aurait tentĂ© d’éviter. La mort de Nahel a dĂ©clenchĂ© une nouvelle vague de protestations et de violences dans les banlieues, avec plus de 4 000 arrestations et la mise en place de procĂšs en comparution immĂ©diate.

- La mort d’Adama TraorĂ© en 2016, un jeune homme de 24 ans mort Ă  la suite de son arrestation par les gendarmes Ă  Beaumont-sur-Oise, une banlieue au nord de Paris. La famille et les soutiens de TraorĂ© ont accusĂ© les autoritĂ©s d’avoir couvert les causes de sa mort, attribuĂ©e Ă  des problĂšmes cardiaques, et ont demandĂ© justice et vĂ©ritĂ©. L’affaire a dĂ©clenchĂ© plusieurs manifestations et tensions dans les banlieues, qui se sont ravivĂ©es en 2020 aprĂšs la mort de George Floyd aux États-Unis.

- Les Ă©meutes des banlieues de 2005, dĂ©clenchĂ©es par la mort de deux adolescents qui s’étaient cachĂ©s dans un transformateur Ă©lectrique pour Ă©chapper Ă  la police Ă  Clichy-Sous-Bois, une banlieue Ă  l’est de Paris. La rĂ©volte a durĂ© environ un mois et a touchĂ© plusieurs villes françaises, avec des milliers de voitures incendiĂ©es, des actes de vandalisme, des affrontements avec les forces de l’ordre et un mort. Le prĂ©sident Jacques Chirac a dĂ©crĂ©tĂ© l’état d’urgence et le couvre-feu pour 12 jours, tandis que le premier ministre Dominique de Villepin annonçait la crĂ©ation d’une grande agence pour la cohĂ©sion sociale et l’égalitĂ© des chances.

Ceci Ă©tant dit, pour mieux comprendre ce problĂšme, il faut peut-ĂȘtre remonter un peu dans le temps pour en connaĂźtre l’origine.

Dans les annĂ©es cinquante, la situation du logement en France Ă©tait catastrophique: plus de deux millions de maisons furent dĂ©truites pendant la Seconde Guerre mondiale. Celles encore debout Ă©taient vĂ©tustes et souvent surpeuplĂ©es. De plus en plus de bidonvilles apparaissaient Ă  l’entrĂ©e des grandes villes. Parmi ceux qui avaient un logement, 42 % Ă©taient privĂ©s d’eau courante, 73 % privĂ©s de toilettes et 90 % sans douche ni baignoire. Bref, c’était l’urgence, il fallait construire le plus vite possible. Surtout que la France devait aussi faire face Ă  une explosion dĂ©mographique. Bidonvilles, exode rural, arrivĂ©es massives de rapatriĂ©s d’AlgĂ©rie et de travailleurs immigrĂ©s: en 20 ans, la France avait gagnĂ© prĂšs d’un million d’habitants; on choisit donc de combattre la grave pĂ©nurie de logements avec des panneaux prĂ©fabriquĂ©s en bĂ©ton armĂ© qui permettaient la construction en un temps record de logements collectifs Ă  bas coĂ»t.

La question que ne se sont pas posĂ©e Ă  l’époque les « penseurs » de ces « logements collectifs » est celle de l’intĂ©gration et de la capacitĂ© de cette diversitĂ© de population Ă  vivre ensemble; et ils n’ont pratiquement pas pensĂ© Ă  construire des centres sociaux ou des associations culturelles pour promouvoir le « vivre-ensemble » et la cohĂ©sion sociale; trĂšs probablement parce que, s’agissant des annĂ©es 50/60, c’était un problĂšme qui, soit n’existait pas encore, soit dont on ne pensait pas qu’il pourrait devenir un problĂšme Ă  l’avenir, ou bien ce n’était pas une prioritĂ©.

Ce qui a en un certain sens aggravĂ© la situation, c’est qu’à partir des annĂ©es 70, le gouvernement français a dĂ©cidĂ© de mettre un frein Ă  ce type de construction en lui prĂ©fĂ©rant les maisons de type pavillonnaire (suburbaines). En consĂ©quence, la classe moyenne a dĂ©mĂ©nagĂ© dans les zones pavillonnaires, laissant la classe la plus pauvre et majoritairement immigrĂ©e dans les « logements collectifs » (grands ensembles). Et c’est ainsi qu’au fil des annĂ©es se sont formĂ©es les banlieues, avec les problĂšmes que nous connaissons aujourd’hui; qui sont dus: un peu Ă  leur origine, un peu Ă  un manque de planification de la sociĂ©tĂ© en gĂ©nĂ©ral qui n’a pas su inclure cette population dans son « contrat social » pour favoriser une meilleure cohĂ©sion sociale.

Par contrat social, on entend la thĂ©orie qui explique la naissance et le fonctionnement de l’État. Selon cette thĂ©orie, les individus dĂ©cident de sortir de l’état de nature et de cĂ©der leurs droits Ă  la communautĂ©, en Ă©change de sĂ©curitĂ© et d’ordre.

Le contrat social est donc un accord entre les personnes qui établit les possibilités et les limites de la vie sociale.

Parmi les principaux penseurs ayant Ă©laborĂ© la thĂ©orie du contrat social figurent les Britanniques Thomas Hobbes et John Locke et le Suisse Jean-Jacques Rousseau. Ils ont donnĂ© des interprĂ©tations diffĂ©rentes du concept d’état de nature, du rĂŽle du souverain, des droits et des devoirs des citoyens, et des conditions de lĂ©gitimitĂ© ou de rupture du contrat social.

Pour Hobbes, l’état de nature est une condition de guerre de tous contre tous, oĂč rĂšgne la peur de la mort violente et oĂč la vie est « solitaire, indigente, dĂ©goĂ»tante, animale et brĂšve ». Pour sortir de cette situation, les individus s’accordent pour transfĂ©rer tous leurs droits et pouvoirs Ă  un souverain absolu, qui les protĂšge de la violence d’autrui et impose la paix et l’ordre par la force. Le contrat social est donc un pacte de soumission, dans lequel les citoyens renoncent Ă  leur libertĂ© naturelle en Ă©change de la sĂ©curitĂ© civile.

Locke soutient en revanche que l’état de nature est une condition de libertĂ© et d’égalitĂ©, dans laquelle les individus jouissent de droits naturels Ă  la vie, Ă  la libertĂ© et Ă  la propriĂ©tĂ©. Cependant, ces droits sont menacĂ©s par l’injustice et la violation de la part de certains. Pour garantir leurs droits, les individus s’accordent pour instituer un gouvernement limitĂ© et reprĂ©sentatif, qui les dĂ©fend des agressions extĂ©rieures et intĂ©rieures et qui respecte les lois de la nature. Le contrat social est donc un pacte de confiance, dans lequel les citoyens conservent leur libertĂ© naturelle et dĂ©lĂšguent au gouvernement le pouvoir de gouverner selon le consentement de la majoritĂ©. Si le gouvernement abuse de son pouvoir ou viole les droits des citoyens, ceux-ci ont le droit de rĂ©sister ou de se rebeller.

Rousseau soutient enfin que l’état de nature est une condition d’innocence et de bonheur, dans laquelle les individus vivent isolĂ©s et indĂ©pendants, sans besoins artificiels ni conflits. Avec le dĂ©veloppement de la sociĂ©tĂ© et de la propriĂ©tĂ© privĂ©e, naissent les inĂ©galitĂ©s, les injustices, la corruption et la misĂšre. Pour rĂ©tablir l’harmonie entre les hommes, les individus s’accordent pour fonder un État dĂ©mocratique, basĂ© sur la volontĂ© gĂ©nĂ©rale et la participation active des citoyens. Le contrat social est donc un pacte d’association, dans lequel les citoyens aliĂšnent tous leurs droits Ă  la communautĂ© et n’obĂ©issent qu’à eux-mĂȘmes en tant que membres du corps politique. Si l’État ne reflĂšte pas la volontĂ© gĂ©nĂ©rale ou ne protĂšge pas l’intĂ©rĂȘt commun, le contrat social est rompu.

Au-delĂ  des diffĂ©rences que nous pouvons souligner sur ces diverses thĂ©ories, principalement concernant ce qu’ils appellent l’« Ă©tat de nature », il y a tout de mĂȘme un point essentiel qui les unit tous: l’accord entre les citoyens. Il ne peut exister aucun contrat social s’il n’y a aucun accord entre les citoyens et il ne peut y avoir d’accord entre les citoyens s’il n’y a pas d’abord de cohĂ©sion sociale.

Il devient donc fondamental, pour chaque sociĂ©tĂ©, de rĂ©ussir Ă  mettre en Ɠuvre des politiques sociales qui conduisent de plus en plus Ă  amĂ©liorer la cohĂ©sion sociale entre les individus. Si parfois ce type de politiques est difficile Ă  atteindre, cela l’est encore plus lorsqu’on parle de sociĂ©tĂ©s multiethniques.

Cette cohĂ©sion sociale deviendra donc une valeur fondamentale car elle favorisera la coexistence pacifique, la solidaritĂ© et le bien-ĂȘtre de tous. Pour cela, il est important que les politiques sociales soient orientĂ©es vers la promotion de l’intĂ©gration et du respect entre les personnes, surtout dans des contextes multiethniques oĂč la diversitĂ© culturelle peut ĂȘtre une richesse mais aussi un dĂ©fi.

De plus, toute sociĂ©tĂ© moderne et civile devrait garantir Ă  chaque individu la possibilitĂ© de croissance et d’autodĂ©termination, dans le respect des droits et des devoirs de chacun. Cela signifie donner Ă  tous la possibilitĂ© d’exprimer son propre potentiel, tant personnel que professionnel et social, et de contribuer Ă  l’amĂ©lioration de la sociĂ©tĂ© dans laquelle nous vivons. Nous ne devons pas nous contenter du monde que nous avons hĂ©ritĂ©, mais nous devons avoir le courage de changer et d’amĂ©liorer les choses
 peut-ĂȘtre n’y arriverons-nous pas, mais comme on a coutume de dire: « il n’y a pas de mal Ă  essayer ».